Vito
Vito: all’alba con la 127 del nonno di Giuseppe lungo la statale 51, a tutta birra verso Porretta Terme. Che brivido vedere gli alberi correre veloci alla mia sinistra e assistere all’incanto della pianura. L’incanto della pianura.
Giuseppe: ero con Vito quella sera di settembre. Bevevamo birra tiepida al solito bar all’angolo di via dei Giudei. E’ un bar che frequentiamo da anni ormai, muri sudici e quadri metafisici attaccati alle pareti ci sono familiari.
Appuntato: Che ora era?
Giuseppe: Boh? Non so…
Appuntato: Che ora era?
Giuseppe: otto e 14 minuti. Circa.
Appuntato: ti ha detto qualcosa prima di prendere la macchina?
Giuseppe: si, che non aveva la patente
Appuntato: e tu - si lascia scappare un insulto - gli hai dato lo stesso le chiavi
Giuseppe: si
Il dialogo con l’appuntato continuò per ore fino a mezzogiorno, assumendo toni sempre più surreali. Chiese a Giuseppe se avesse avuto una relazione con Vito e se sapeva quello che era successo. No, non sapeva nulla, ma aveva ormai compreso che gli era stata rubata l’automobile. In fondo però, in fondo la macchina non era la sua, era di suo nonno.
Giuseppe: mamma, il nonno, il nonno, dov’è il nonno???
Un silenzio surreale si diffuse nella cucina. Poi nulla.
Vito: ancora non so spiegarmi perché l’ho ammazzato il nonno di Giuseppe. Forse era l’unico modo per sentire questa 127 veramente mia.